Autore: Daniela

STORIE DI MODA E ARTE: FEDERICA GRAVATI

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Chi mi conosce da tempo e da vicino sa benissimo quanto io apprezzi le cose fatte a mano, specialmente se si tratta di capi di abbigliamento.

Sono cresciuta in una famiglia dove lavorare ai ferri e all’uncinetto era una tradizione molto diffusa che arrivava da mia nonna e che mia madre ha trasmesso a me ancora quando ero ragazzina. Oggi possono sembrano abitudini un po’ demodé, invece per me sono abilità molto preziose, come un piccolo patrimonio artigianale che credo non debba essere dimenticato.

Saper realizzare qualcosa con le proprie mani è una capacità che non tutti hanno: qualcuno lo impara, qualcuno ce l’ha come talento naturale. Ma soprattutto è un lavoro che richiede tempo, fatica e una costante grande cura per i dettagli perché nessun pezzo sarà mai identico a un altro.

Ho conosciuto Federica Gravati per puro caso, grazie al contatto di un’amica comune.

Un giorno Federica mi ha scritto e mi ha chiesto “Ti andrebbe di scrivere un articolo su di me?”.

La sua storia mi ha incuriosita per la sua capacità di aver unito l’arte – la pittura, per l’esattezza – alla moda. Una giovane designer con la passione per la moda che crea qualcosa di molto complesso, perché la pittura a mano di tessuti è tutt’altro che semplice, e soprattutto di unico. Le maglie sono realizzate con una tecnica che mescola pittura ad altri materiali.

Laureata in Disegno Industriale al Politecnico di Milano, Federica nasce professionalmente come pittrice ma la sua passione per la pittura la porta oltre la tela e si specializza in grafica per tessuti. Inizia a dipingere maglie e a collaborare con grandi brand internazionali, inizia a viaggiare molto.

Le sue creazioni ricevono l’attenzione di alcuni famosi brand del lusso finché ad un certo punto scatta qualcosa.

E Federica decide che è venuto il momento di camminare da sola. Così interrompe la produzione di maglie e si trova un lavoro da dipendente da Cisalfa. E inizia a lavorare a un obiettivo molto più grande: quello di iniziare un’attività per conto proprio e aspirare a una carriera internazionale.

Ho accettato la sua richiesta di scrivere questo post per raccontare brevemente la sua storia, apparentemente come tante, ma in realtà una storia che mi ha lasciato un messaggio davvero prezioso: quando finalmente metti a fuoco il tuo obiettivo, la strada all’improvviso si fa più luminosa e la visibilità migliore. E in un mondo così stracolmo di contenuti di ogni genere, se ci sono persone con una vera anima di pura creatività, il loro percorso merita di essere raccontato.

Purtroppo Federica non possiede più nessuna delle sue maglie, ma è pronta a fare il passo oltreoceano, dove una carriera da Fashion Designer la aspetta.

E io le faccio il mio migliore in bocca al lupo.

 

6 GESTI QUOTIDIANI PER UNA PELLE SEMPRE IDRATATA

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L’estate è finita da un pezzo nonostante settembre ci abbia fatto omaggio di giornate ancora calde e piene di sole che sembravano incapaci di rassegnarsi alla nuova stagione. Tutto è già entrato nell’autunno, quella fase dell’anno in cui personalmente vivo maggiormente la sensazione di cambiamento: forse i colori della natura, il cambio dell’armadio, le nuove tendenze beauty, quel nuovo paio di scarpe su cui ho già messo gli occhi e quella luce di traverso che fa sembrare tutto più vivido.

Ma l’aria è più secca e se pensiamo che, finita l’estate, la nostra pelle abbia meno bisogno di idratazione, beh, forse ci stiamo sbagliando.

L’idratazione della pelle è un argomento a cui tengo molto, non è solo una questione di bellezza, ma anche una questione di salute perché il nostro corpo è composto per il 60% di acqua e ciò significa che l’idratazione è fondamentale.

A questo bisogno del nostro corpo si aggiungono fattori dannosi per la nostra pelle: l’aria condizionata di certi ambienti come i mezzi pubblici, l’ufficio, l’aereo e i centri commerciali, l’inquinamento – soprattutto per chi vive in città – e naturalmente gli agenti atmosferici.

Ho sempre considerato la mia pelle come un organo esteso del mio corpo: la pelle respira e invecchia con noi. Per questo nutrirla e mantenerla adeguatamente idratata è un gesto doveroso e prioritario fatto di più momenti.

La mia è una pelle apparentemente normale ma di fatto sufficientemente sensibile e in grado di mandarmi segnali di allarme le volte in cui – in passato – l’ho stupidamente trascurata.

Così ho imparato a prendermene cura con 6 semplici gesti:

1.ACQUA

Bevo almeno 2 litri di acqua al giorno e il primo bicchiere è al mattino appena mi alzo. Mi ci sono abituata piano piano, portando sempre con me una bottiglietta d’acqua. Questo mi aiuta a stare meglio soprattutto negli ambienti dove non c’è riciclo di aria o dove l’aria condizionata è particolarmente forte. E a casa ho scelto un’acqua leggera come Acqua Vitasnella: è un’acqua che contiene poco sodio ma, a differenza di altre, contiene più calcio e magnesio, favorisce l’eliminazione dei liquidi in eccesso e ha un sapore che mi piace molto (dettaglio non da poco!).

2. BAGNOSCHIUMA IDRATANTE

Ho sperimentato – è proprio il caso di dire – sulla mia pelle che non tutti i bagnoschiuma o saponi per il corpo vanno d’accordo con la mia pelle e che mi serve sempre qualcosa che contenga anche una parte di agente idratante. Alcuni prodotti sono troppo leggeri, altri fanno una schiuma ricchissima, altri ancora hanno una profumazione molto intensa. Ma una volta fatta la doccia, se sento la pelle tirare, significa che ho bisogno di altro. Da anni utilizzo il bagnoschiuma liquido di Dove al burro di karitè e vaniglia. Questo bagnoschiuma contiene 1/4 di crema idratante e lascia la pelle idratata, luminosa e molto più idratata di qualsiasi altro bagnoschiuma io abbia provato.

3. CREMA CORPO

Spesso mi ritrovo inaspettatamente stupita nel sentire certe donne dire di non fare uso della crema corpo e di utilizzarla solo in estate come dopo sole. La crema corpo va utilizzata sempre! E’ un gesto in più da compiere e richiede un po’ di tempo anche se si sceglie un prodotto che si assorbe rapidamente. Io ne faccio uso una volta al giorno e preferisco il mattino: oltre a idratare la mia pelle, la crema corpo mi dà una sensazione di risveglio e mi sento subito attiva. Durante il mio viaggio americano ho scoperto il brand Bath & Body Works e in questo periodo sto usando la crema corpo Almond Blossom che mi garantisce un’idratazione di 24 ore. Questo prodotto si spalma facilmente, si assorbe subito e non appiccica i vestiti, contiene olio di mandorla mescolato a orchidea alla vaniglia. E il brand non testa prodotti sugli animali, una sensibilità che mi sta molto a cuore.

4. DETERSIONE

Quel momento a fine giornata in cui devo struccarmi è sempre un peso. Perché resta confinato alla fine di tutto, quando sto per andare a letto e magari è tardi, sono stanca e l’unica cosa che vorrei è svenire nel letto. Forse se non aspettassi sempre l’ultimo secondo della giornata mi peserebbe meno. Ma non lo rimando più perché so che poi, la mattina, guardandomi allo specchio con occhi da panda, me ne pentirò. Struccarsi non è solo rimuovere il trucco, per me è diventato lavare via la giornata. Così prima di passare l’acqua micellare, ho bisogno di lavarmi il viso con acqua e sapone. E ho scelto il sapone Dove al cetriolo e tè verde. Anche questo sapone contiene 1/4 di crema idratante e la mia pelle risulta morbida, fresca anche se sono stanca e soprattutto pulita.

5. CREMA VISO

E dopo il corpo è il turno del viso. I prodotti a disposizione sul mercato sono davvero tantissimi e di tutti i prezzi. Personalmente ho sempre bisogno di un prodotto con poche semplici caratteristiche: deve contenere acido ialuronico, assorbirsi rapidamente, essere poco oleoso onde evitare l’effetto lucido sotto il trucco e, ovviamente, idratante. La mia esperienza in fatto di creme viso mi ha insegnato che ci sono ottimi prodotti anche di prezzo contenuto e acquistabili tranquillamente al supermercato. Ma ho provato anche prodotti di livello più alto proprio per capire la differenza perché è solo provando che mi rendo conto quale funziona davvero per me. Per il mio viso ho da poco comprato la crema Transform di Ole Henriksen, un prodotto nuovissimo contenente acidi di frutta e antiossidanti. E’ praticamente privo di profumazione e si può utilizzare sia al mattino sia alla sera.

6. MASCHERE VISO

E infine le maschere. Le considero un ottimo prodotto adatte veramente a tutti. Preferisco quelle in tessuto ma non disdegno nemmeno quelle in pasta che applico con un pennello a setole piatte per non sprecare prodotto e applicarle meglio. Il momento che preferisco per fare una maschera è la sera: mi strucco e la applico. Solitamente il tempo di posa va dai 15 ai 3o minuti a seconda del prodotto. Nel frattempo guardo un film, leggo un libro o stiro. La maschera viso è un prodotto fondamentale ma funziona se utilizzata almeno 2 volte la settimana. Io sono passata a 3 e applico prodotti con effetti differenti: una maschera purificante, una maschera idratante e una maschera illuminante. In questi giorni però ho introdotto i patches anti occhiaie come quelli al cetriolo di Sephora che richiedono solo 15 minuti. Sono sempre pronta a provare nuove maschere – chi mi segue su Instagram lo sa bene – ma questa settimana è il turno della Magic Black Powder di Caolion (brand che adoro!) e della Pure Charcoal di Garnier Skinactive.

Non so se ci siano altri gesti importanti per la cura della mia pelle, ma questi sono decisamente necessari per me e per la mia pelle. Dopo tutto è bello e gratificante prendersi cura di sé, no?

A presto,

Daniela

 

 

ESTATE 2018: IL MIO VIAGGIO AMERICANO

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Mentre scrivo mi trovo a bordo del volo che da Los Angeles mi sta riportando a Philadelphia. E’ il 28 agosto e il mio viaggio americano sta per concludersi: domani prenderò il volo per l’Europa che mi riporterà in Italia.

Questo non è un post di consigli utili su come viaggiare negli Stati Uniti, questa è la storia del mio viaggio americano.

Mi trovo negli Stati Uniti per la sesta volta nella mia vita, la prima volta è stata nel 2002, l’anno dopo l’attentato delle Torri Gemelle, prima di trovare un lavoro stabile, prima dei social e molto prima del mio blog. Gli Stati Uniti sono uno dei miei luoghi preferiti: fin da ragazzina ho sognato di partire, ho sognato di girare per questa grande nazione un pò alla volta, ho sognato di venirci a vivere, di trovarmi un lavoro che mi permettesse di viaggiare e venirci il più spesso possibile. I miei studi del liceo e quelli universitari (ho una Laurea in Lingue e Letterature Straniere con una tesi sulla Storia del Cinema) hanno poi accentuato il mio bisogno di viaggiare oltreoceano e oggi, alla fine del mio sesto viaggio negli States, ho già il magone pensando che devo rientrare in Italia.

E’ stato un viaggio bellissimo.

Avevo fatto un piano preciso, costruito un itinerario un pò per volta, nei ritagli di tempo, la sera dopo il lavoro. Volevo vedere qualcosa che non avevo ancora visto, fare un giro nuovo dare priorità a posti dove non ero mai stata, ho sempre la mia lista pronta. Così ho scelto la costa est e il punto di partenza sarebbe stato Philadelphia, nello stato della Pennsylvania. Philadelphia è una città più piccola rispetto a New York o Los Angeles, ricca di storia americana dove passato e presente si amalgamano e si contrappongono allo stesso tempo nonché città di Rocky Balboa, uno dei miei personaggi cinematografici preferiti. Ognuno ha le proprie ragioni per visitare un luogo, io ne avevo più di uno.

Prima qualche giorno a Philadelphia ad esplorare la città, visitando i luoghi dove è stata firmata la Dichiarazione di Indipendenza il 4 luglio 1776 e dove Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori, ha contribuito fortemente con la propria vita e col proprio lavoro alla costruzione degli Stati Uniti. Benjamin Franklin mi piaceva già quando dovevo studiare, dopo questo viaggio penso che sia stato davvero un grande uomo e una grande persona. Da Philadelphia il viaggio è proseguito in macchina verso nord, attraversando il New Jersey, lo stato di New York a nord di Manhattan – che effetto vedere lo skyline dall’interstatale! – e poi il Connecticut per arrivare nel Rhode Island, il più piccolo degli stati americani, per soggiornare a Newport. Dopo Newport il viaggio è proseguito  verso Hyannis, la piccola cittadina tanto amata da John F. Kennedy e Jackie dove c’è un bellissimo e curato museo dedicato al giovane presidente.

E da Hyannis partono i ferry per Nantucket, l’isola che finora era stata solo un posto immaginato nella mia mente grazie al romanzo Moby Dick di Herman Melville. Una gita di una sola giornata che non dimenticherò mai.

Da Hyannis poi ho proseguito per Boston, l’ultima tappa del mio giro sulla East Coast.

Perché questi posti?

Perché li avevo nella mia mente da tanto tempo: luoghi di cui ho letto nei libri o che sono stati teatro di film che ho visto e che mi hanno lasciato qualcosa addosso. La curiosità è come un motore che non perde giri e il tempo un immenso potere senza rimborso. Se c’è un luogo dove vorremmo andare, non possiamo stare a sognarlo soltanto: se davvero è importante, bisogna prendere e partire.

Immaginavo Nantucket con le spiagge bianche, il vento freddo, le barche nel porto e quella nebbia grigia – la Grey Lady – che all’improvviso nasconde l’orizzonte. Nel passato Nantucket è stato il centro mondiale dell’industria baleniera. L’isola non produceva niente dal punto di vista agricolo e anche se oggi è un luogo molto esclusivo pieno di case meravigliose dai costi assolutamente proibitivi, nell’800 l’isola era un vero inferno: la vita era durissima tra miseria e malattie e la gente che ci viveva si rese conto che l’unica grande ricchezza era l’oceano. Gli uomini si imbarcavano su grandi baleniere in cerca di fortuna, ricchezza, avventura o con la semplice scusa di stare lontani da terra. Ma il loro ritorno non era mai certo, per questo motivo le donne che rimanevano a terra, si misero a lavorare, ad aprire attività e divennero imprenditrici.

Durante l’organizzazione del mio viaggio mi sono imbattuta spesso in articoli su Nantucket che mi hanno motivata ancora di più: era destino che dovessi andarci.

L’isola è davvero magnifica: un piccolo gioiello e quinta essenza del sogno americano – anche se di pochi visti i costi immobiliari – dove andare in vacanza o a viverci durante la pensione. Case perfette, piccoli vialetti in ciottoli, graziose botteghe con insegne di legno (non sono consentite insegne al neon) e un museo che racconta la storia dell’isola e il suo legame con il mare e le balene. Un posto da vedere assolutamente!

Quando sono arrivata a Boston sono rimasta incantata: la più vecchia città degli Stati Uniti è immersa tra l’acqua e tantissimo verde, tra tradizione e storia. Elegante, frizzante, luminosa e molto sportiva, forse perché è la città di una delle più importanti maratone internazionali (che fu anche oggetto di un attentato qualche anno fa). A Boston si sono svolti alcuni dei più importanti eventi storici americani, fatti che si possono ripercorrere lungo l’itinerario del Freedom Trail: un percorso a piedi di circa 5km che si snoda lungo la città e che richiede scarpe comode, voglia di camminare e di scoprire cose nuove. Boston è davvero magnifica: l’atmosfera vivace è davvero coinvolgente e ha superato ogni mia aspettativa. L’ho percorsa sempre a piedi, scattando foto di continuo, riempiendomi gli occhi di cose che non avevo mai visto e rientrando in hotel sfinita e felice.

Ho avuto la fortuna di alloggiare nella zona di Newbury, poco distante da Copley Square e dal Boston Common, una scelta che si è rivelata perfetta perché la zona è piena di bei ristoranti e bei negozi per fare ottimo shopping. L’ultima cosa che ho visto è stata Harvard, situata a Cambridge che confina con Boston: che onore girare per il campus e visitare la libreria The Coop per poi uscire con la t-shirt universitaria ufficiale nella borsa!

Insomma, ho fatto tutto e ho cercato di non perdermi nulla. Il mio viaggio avrebbe potuto concludersi qui, a Boston. Ma c’era qualcosa d’altro che mi chiamava e che avrei voluto fare.

E’ stato per questo che ho deciso di aggiungere la tappa in California, dove ero già stata 10 anni fa e dove avevo lasciato alcune cose in sospeso. La tappa sulla California aveva tre motivi principali: Hermosa Beach, Malibù e il Griffith Observatory a Los Angeles.

Ho scelto di alloggiare a Long Beach perché così sarebbe stato più facile spostarsi in macchina lungo la West Coast senza stare troppo distante dall’aeroporto LAX. Che dirvi, sono stata in tutti e tre i posti che mi ero messa in testa di vedere. Hermosa Beach è immensa ed è il luogo dove è nato il surf in California: le onde dell’oceano arrivano lunghe, la sabbia è finissima e tenuta d’occhio dalle torrette alla Baywatch che tutti conosciamo benissimo. Il Pier è un ottimo posto per scattare delle foto e allungare lo sguardo più lontano.

Malibù invece è la spiaggia dove si trovano molto ville di persone famose: la vista sull’oceano è impagabile, non c’è nient’altro da guardare perché qui l’oceano si prende tutta l’attenzione che un occhio può reggere.

 

E infine il Griffith Observatory. Era rimasto fuori dal mio precedente viaggio in California per mancanza di tempo. Sono passati 10 anni. Il Griffith è situato su una collina in un punto panoramico da cui si vede la famosa scritta “Hollywood” e tutta Los Angeles. Il Colonnello Griffith era un appassionato di astronomia che donò alla Contea di Los Angeles tutta questa enorme area verde assieme al planetario: la contea era titubante se accettare o no, pensavano fosse un luogo troppo distante da raggiungere e che nuove strade sarebbero costate troppo. Una motivazione che fa sorridere oggi: le strade di Los Angeles sono larghissime e la città è davvero gigantesca. Ma soprattutto oggi il Griffith Observatory è meta di moltissimi turisti nonché di persone del luogo che salgono a piedi sulla collina per godersi il tramonto.

Il Griffith è un cattedrale di scienza e astronomia: sono questi i posti in cui guardando le stelle ci rendiamo conto di quanto siamo piccoli rispetto all’universo. E che il mondo non gira attorno a noi, siamo noi a girare con lui. Lo aveva capito anche Jim, il protagonista del film di Nicholas Ray Gioventù Bruciata, interpretato da James Dean nel 1955 e che fu girato proprio al Griffith Observatory.

 

E mentre scattavo tutte le foto possibili e ripensavo a tutte le volte che ho immaginato di venire in questo posto, due turiste si sono avvicinate per fotografare a loro volta il panorama.

“Perché fotografi il tramonto?

“Perché è bellissimo”.

“Ma è il giorno che muore. Io preferisco l’alba, perché so che ho tutta la giornata davanti”.

“Io preferisco il tramonto, perché posso rendere grazie della giornata che ho avuto”.

Sono ancora sul mio volo per Philadelphia, non sono triste perché il mio viaggio è alla fine né sono preoccupata del mio rientro al lavoro. Questo viaggio mi ha dato tantissimo: ho camminato, ho riso, ho esplorato, ho imparato cose nuove, mi sono commossa, divertita, meravigliata e ho portato la mia mente più lontano.

Ogni viaggio è un grande dono e io non voglio darlo per scontato, per questo preferisco stare sveglia e non perdermi mai nulla.

Daniela

 

(questo articolo è stato scritto a bordo del volo American Airlines da Los Angeles a Philadelphia il 28/08/2018)